UNA GIORNATA QUALUNQUE DEL DANZATORE GREGORIO SAMSA

regia e drammaturgia Eugenio Barba, Lorenzo Gleijeses e Julia Varley
con  Lorenzo Gleijeses
musiche originali e partiture luminose Mirto Baliani
oggetti coreografici Michele Di Stefano
consulenza drammaturgica Chiara Lagani
scene  Roberto Crea
voci off Eugenio Barba, Geppy Gleijeses, Maria Alberta Navello, Julia Varley
assistente alla regia Manolo Muoio
produzione Gitiesse Artisti Riuniti in collaborazione con Odin Teatret
foto Tommaso La Pera

English Version

 

Eugenio Barba accompagna Lorenzo Gleijeses da molti anni intercettando e esaltando le qualità e le intuizioni di un percorso di formazione e conoscenza, contaminato con il metodo della storica compagnia di Hostelbro e nato all’interno dell’Odin quando Lorenzo era ancora un ragazzo.

Risultato di questo ‘percorso di accompagnamento’ sono stati spettacoli, incontri e seminari in Italia e in Europa che hanno cementato e rafforzato il rapporto unico tra Barba, Julia Varley e Lorenzo Gleijeses, fino a questa prima regia firmata da Barba (con Gleijeses) al di fuori dell’Odin Teatret.

La scintilla che ha messo in moto il processo di creazione è scaturita dallo stridore e dalle assonanze generati dall’accostamento dell’opera di Kafka con gli oggetti coreografici creati da Michele Di Stefano con Lorenzo Gleijeses.

Ne è nato uno spettacolo in cui si intersecano tre diversi nuclei narrativi: alcuni elementi biografici dello stesso Kafka; la vicenda del personaggio centrale de La Metamorfosi, Gregorio Samsa e quella di un immaginario danzatore omonimo che rimane prigioniero della ripetizione ossessiva dei propri materiali performativi in vista di un imminente debutto.

 

“Gregorio Samsa è convinto che attraverso una ripetizione ossessiva delle sue partiture sia possibile arrivare ad un altro livello di precisione tecnica e di qualità interpretativa ma, di contro, il suo perfezionismo lo catapulta in un limbo in cui si erodono i confini tra reale e immaginario, lavoro e spazio intimo, tra teatro e vita quotidiana. Si scontrano, allora, le esigenze del mondo esterno e le sue profonde necessità personali.
Samsa ripete le sue sequenze coreografiche, come un novello Sisifo, per una pulsione patologica? Oppure è semplicemente mosso dal desiderio di spingere al massimo i risultati del suo lavoro e dal sogno utopico  di superare i limiti imposti dalla sua natura umana?
I movimenti che Gregorio prova senza posa sono frutto di un impegno professionale e di un lavoro di concezione minuzioso tale da acquisire una ponderatezza e un equilibrio che le azioni della sua vita reale non possiedono. Gregorio è come un ragno che non può evitare di tessere la propria tela.
La sua ricerca artistica che mira alla libertà doppia la sua stessa vita, acquisisce una ricchezza labirintica che sarà squarciata dalla volontà di inseguire sé stesso.”
(Lorenzo Gleijeses)

 

 

 

 

 

Storie di tradimenti - Eugenio Barba
Il cammino tortuoso di una creazione - Julia Varley 

 

 

Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa – tra gli spettacoli imperdibili del 2020 

10 spettacoli imperdibili nel 2020

 

 

 

Progetto 58° PARALLELO NORD (2015-2020).
C’è un senso di spaesamento all’interno del concetto di “dromoscopia”, con cui il filosofo Paul Virilio critica l’odierna idea del viaggio, che ha fagocitato i concetti di esplorazione e di percorso in favore dell’idea di spostamento rapido, quasi istantaneo. Prendete un treno disposto parallelamente a un altro treno immobile: seduti all’interno di uno dei due convogli noi, spesso, non riusciamo a capire quale si stia muovendo. Questa sensazione, secondo Virilio, è un esempio di dromoscopia. La stessa idea di spaesamento è stata proposta come una possibile pratica dell’incontro artistico da Lorenzo Gleijeses ad alcuni compagni di viaggio, in un progetto di creazione che mette in crisi il ruolo monocratico dell’artista demiurgo, procedendo per tappe che portano sopra di esse i “segni” evidenti dell’incontro.
Ma pur partendo dallo spaesamento, “58° parallelo Nord” voleva anche – e già dal titolo – marcare un’appartenenza. Il parallelo in questione è quello che passa per Hostelbro, sede dell’OdinTeatret di Eugenio Barba ma anche dell’International School of TheatreAnthropology, che della pratica dell’incontro e dello scambio ha fatto il motore principale della creazione.
Come nel gioco collettivo surrealista del cadavreexquis, i materiali di 58PN migrano da un incontro all’altro, sottoponendo all’artista successivo i risultati dell’incontro precedente e innescando un meccanismo di trasformazione dove ogni traccia sarà evidente ma il risultato finale sovrasterà ogni individualità coinvolta. Uniche costanti: la presenza di Lorenzo Gleijeses come corpo-perfomer e quella di Mirto Baliani come contrappunto sonoro, sia per la composizione che per l’esecuzione.
I primi artisti coinvolti sono Eugenio Barba, Julia Varley, Michele Di Stefano, Biagio Caravano, Luigi De Angelis, Chiara Lagani, Roberto Crea.
Da questa lunga fase di esplorazione, hanno avuto origine due progetti produttivi autonomi.
Da un lato la performance, Corcovado, diretta da Michele Di Stefano e Luigi De Angelis, con debutto al Festival Fog del Teatro dell’Arte-Triennale di Milano nel maggio 2020.
Dall’altro, lo spettacolo teatrale, Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa, diretto da Eugenio Barba insieme a Julia Varley e allo stesso Gleijeses, e prodotto da NordiskTeaterlaboratorium, Gitiesse Artisti Riuniti e Fondazione TPE, con debutto al Teatro Astra di Torino a gennaio 2019, dopo un’anteprima a inizio dicembre 2018 per il Teatro Nazionale della Toscana a Firenze. La fase di allestimento di questo secondo lavoro ha avuto un ulteriore momento di apertura al pubblico in  occasione del Napoli Teatro Festival Italia, a giugno 2018, quando è stata presentata Mente Collettiva: masterclassdi Eugenio Barba, Lorenzo Gleijeses e Julia Varley, focalizzata sugli interventi concreti del Maestro nella fase finale del processo di prove.

 

SGUARDI DALLA RASSEGNA STAMPA

Osvaldo Guerrieri [La Stampa.it – 16 gennaio 2019]
[…] Imprigionato in questo bozzolo più onirico che reale Lorenzo Gleijeses sigla una prova d’attore fra le più significative di una carriera sempre interessante. Sulla musica percussiva di Mirto Baliani danza con precisione millimetrica saltando come una pedina degli scacchi da un riquadro all’altro e conferendo teatralità anche alle parti minime del corpo: le ginocchia, un dito, un piede. E sa trasformarsi in un misto di creatura reale e creatura sognata nel momento in cui il suo Gregorio Samsa affronta o tenta di affrontare il corpo a corpo con la vita di tutti e con l’umanità che a vario titolo lo assedia. Non sorprende che alla fine il danz-attore venga ripagato da un applauso che appare ed è interminabile. 


Anna Bandettini [La Repubblica – 4 marzo 2020]
Fa fruttare la sua storia personale il giovane Lorenzo Gleijeses, figlio d’arte. Solo in scena, poche parole e una partitura fisica straordinaria che si ripete ossessivamente con cambiamenti impercettibili, trasforma Gregorio, attore debuttante schiacciato da un guru, un padre anche lui attore (la voce è del genitore, l’attore e regista Geppy) e una psicanalista, in uno scarafaggio. Tra redenzione e disperazione come in Kafka. […] Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa è interessante per l’intreccio di pedegree artistici: il padre Geppy, Michele Di Stefano, Chiara Lagani, Mirto Baliani e su tutti, il vero guru, Eugenio Barba alla regia.


Rodolfo Di Giammarco [La Repubblica – 29 settembre 2021]
(…) Lorenzo Gleijeses con la guida di un maestro della ricerca come Eugenio Barba (primo impegno fuori dall’Odin Teatret), regia condivisa con lui e con Julia Varley, ha svelato l’intimità di un percorso-performance di relazioni esistenziali con la Metamorfosi di Kafka in ‘Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa’. (…)
Impressiona, la meccanicità dei suoi arti, dei polsi e delle mani, del suo energico accovacciarsi a terra, del suo padroneggiare con moduli moderni la grazia al maschile di una Iben Nagel Rassmussen, musa fisica di Barba. Nei frammenti drammaturgici, cui ha saputo collaborare Chiara Lagani e nei movimenti suggeriti da Michele Di Stefano, si fanno largo inserti e basi musicali d’un sempre sintonizzato Mirto Baliani (…). Il prossimo di Samsa è costituito con ironia dai timbri, al cellulare, di una partner discordante, Maria Alberta Navello, mentre Julia Varley è una psicologa esterna. Per gli altri la voce di Gregorio si fa animalesca, e lui cade, o corre verso un sole che non c’è. Il lavoro c’è.


Anna Bandettini [Blog_ La Repubblica – 30 gennaio 2019]
Non è la prima volta che Lorenzo Gleijeses incontra Eugenio Barba, il fondatore e regista del leggendario Odin Teatret, un gruppo e un maestro di fama internazionali che hanno segnato la storia del teatro dell’ultimo mezzo secolo. Ma stavolta l’incontro ha dato vita a uno spettacolo emozionante e fuori dal coro che è anche la prima regia di Barba “fuori” dall’Odin, cioè non con attori della sua compagnia. […] la partitura fisica che Lorenzo Gleijeses ha costruito nel recinto di un piccolo spazio bianco quadrato, è sorprendente, per espressività e carica di energia, e conferma la padronanza del linguaggio del corpo di questo attore, davvero speciale. Sullo spettacolo si sente forte la collaborazione con due figure fondamentali: di Barba si è detto. Il grande regista dell’Odin ha accompagnato Lorenzo nella costruzione di un linguaggio fisico che desse conto della miriade di immagini, anche simboliche, del racconto; lo ha accompagnato, come spiega lo stesso regista nel programma di sala, in un doppio tradimento, di Lorenzo verso le proprie radici e di Barba verso il proprio gruppo. Ma l’altra figura fondamentale è Mirto Baliani, grande talento del suono e delle luci, che qui ha creato un vero ambiente irreale ma concretissimo.


Maria Grazia Gregori [DelTeatro.it – 26 gennaio 2019]
Diavolo di un Eugenio Barba! Il grande maestro, anzi il guru del Terzo Teatro, ritorna a Milano ma senza i suoi attori, senza le affascinanti allegorie dell’Odin Teatret. Ci torna, come spiega in un bellissimo scritto che accompagna la scheda di questo spettacolo, per la scelta consapevole di un tradimento. Tutto qui, nello spettacolo Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa è – se vogliamo – un “tradimento”: dell’Odin c’è solo il prezioso lavoro fiancheggiatore di Julia Varley oltre ovviamente Barba (che firma con Varley e il protagonista Lorenzo Gleijeses drammaturgia e regia) di cui sentiamo la voce registrata quando dà istruzioni, consigli quasi paterni ma secchi all’attore performer. […] ma quella del nostro Gregorio Samsa è una casa di fantasmi, di inquiete presenze, di suoni misteriosi fino a quando sembra che all’orizzonte appaia qualcosa, chissà, forse un paesaggio accidentato che è un’apertura verso il fuori, lontano dalla claustrofobia di quella stanza popolata di fantasmi e pensieri, soprattutto dal bisogno di farcela di Gregorio. Un lunghissimo applauso del pubblico che ha seguito lo spettacolo con il fiato sospeso alla fine premia la fatica, l’energia impressionante di un bravissimo Lorenzo Gleijeses e anche la sua determinazione di volere ad ogni costo la riuscita di questo incontro con il maestro dei maestri.                                                                                                                                              


Chiara Benzi [10 spettacoli imperdibili del 2020, Birdman Magazine]
La prima regia di Eugenio Barba al di fuori dell’Odin Teatret, affiancato da Julia Varley e dall’attore e interprete dello spettacolo Lorenzo Gleijeses, è un esperimento di grande profondità sul rapporto tra arte e vita, fino alla fagocitazione di quest’ultima. La messa in scena scandaglia la quotidianità di un danzatore nella sua ripetizione maniacale e parossistica della coreografia a pochi giorni dal debutto. In Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa l’arte travolge la vita privata del protagonista e la sua routine fin dentro le mura di una casa in cui l’unico contatto con l’esterno è filtrato da un telefono e da una televisione. La rappresentazione della solitudine di Gregorio e della sua totale dedizione all’arte e alla perfezione indagano la linea sottile tra espressione individuale ed espressione artistica e il bisogno universale di dialogo, accettazione e amore.
Emilia Costantini [Il Corriere della Sera ]
È Lorenzo Gleijeses al centro del vertiginoso agone dove le sue membra sfuggono al controllo, dimenandosi in una compulsiva danza meccanica. […] Il povero Gregorio è interpretato con straordinaria forza fisica ed emotiva da Gleijeses…


Maura Sesia [La Repubblica – 20 gennaio 2019]
Kafka c’entra nel claustrofobico ménage di un ipercinetico performer che l’ansia da debutto sommata a una dedizione malata al mestiere di teatrante, ha trasformato in alter ego del robottino pulitore con cui condivide lo spazio scenico. Lorenzo Gleijeses è Samsa, insicuro e perfezionista, che non smette mai di provare, dentro e fuori dal teatro. […] curiosa e originale commistione tra espressione corporea e parola, l’opera, che ha l’impronta del terzo teatro del maestro Eugenio Barba, inquieta ma suscita empatia, perché la storia di Gregorio, che si spera alla fine almeno un po’ pacificato, è quella di tutti, incapaci di rifiutare l’ennesimo impegno e di godere di un tempo improduttivo.


Paolo Randazzo [Dramma.it]
Non un semplice passaggio dal linguaggio letterario a quello della scena, ma una decisa riscrittura (e coraggiosa più di quanto appaia) che conserva la vertiginosa, labirintica complessità del capolavoro kafkiano e anzi la rilancia assumendone il nucleo centrale (il senso della metamorfosi bestiale) come nucleo concettuale che può vivere autonomamente e non aderire necessariamente al plot narrativo dell’opera letteraria. In Kafka Gregorio Samsa è un modesto agente di commercio, qui è un danzatore che prova e riprova ossessivamente, guidato da un maestro severo, i segmenti di una sua prossima coreografia. Provare e riprovare, rigorosamente, segmento dopo segmento, movimento dopo movimento, gesto dopo gesto. Provare e riprovare, continuamente, facendosi attraversare dai pensieri e dalle angosce della quotidianità, dalle ferite della relazionalità (il rapporto col padre autoritario, quello con la moglie, le responsabilità), dallo smarrimento di una interiorità che Kafka immagina palesarsi nella forma ripugnante di uno scarafaggio. Provare e riprovare e affinare continuamente il training corporale, approfondire senza stancarsi o, meglio, mettendo la stanchezza al servizio della ricerca della propria essenza più autentica già dentro i confini del corpo. Dove sta quindi la vertigine? Sta nell’accorgersi che ogni ripetizione, reale o potenziale che sia, non è mai un’azione identica alla precedente ed anzi apre varchi di senso e svela un frammento di quell’alterità che ogni uomo porta in sé, di quell’“altro” inconoscibile, spaventoso e, nella sua sostanza assoluta, “perturbante”. Ecco dove si colloca la forza visibile eppure misteriosa di questo spettacolo ed ecco dove colpisce il pubblico: il rigore assoluto e ossessivo nella ripetizione delle partiture coreografiche porta il protagonista a una percezione sempre più chiara dell’inconoscibilità di ciò che, al contrario, vorrebbe conoscere. È chiaro (e si avverte nettamente) che siamo nell’area concettuale della più raffinata cultura novecentesca (psicanalisi, antropologia, antropologia teatrale), ma è chiaro altresì che siamo di fronte a un paradosso archetipico che ci aggredisce e ci riporta allo spavento di Edipo quando finalmente riconosce la mostruosità della sua stessa essenza.


Marco Antonio Lucidi [Blog]
Gleijeses anche attore e performer, quasi danzatore e ginnasta, sicuramente interprete di notevole potenza e tecnica… È una delle possessioni moderne, anche nelle cose d’arte, l’idea che la ripetitività da catena di montaggio, la riproducibilità meccanica del gesto robotizzato portino a una compiutezza senza difetto. L’orrore dell’errore, suprema forma del bigottismo, automatizza l’uomo in un automa alimentato dal terrore del divenire, realizzabile solo per tentativi e pecche, e lo gela nel presente, nella staticità del conservatorismo più reazionario. Ecco perché questo spettacolo non è una riproduzione scenica della Metamorfosi ma ne rappresenta tutto sommato l’opposto. Il romanzo kafkiano come storia di un’involuzione è comunque il racconto di un movimento mentre questo spettacolo si rivela, attraverso la stupefacente serie di movimenti che dipana, la tragedia della fissità… La prova di Lorenzo Gleijeses è fisicamente impressionante. Per fare uno spettacolo così impegnativo, al punto che probabilmente l’attore ogni sera perde chili, bisogna essere molto allenati. Performer solista…si affida interamente al proprio corpo, alla forza del proprio corpo, per raccontare una psiche, la debolezza di una psiche. Magnifico e teatrale paradosso di pelle che annega di sudore e d’occhi che scoppiano di dolore.


Gabriele Amoroso [Brainstorming Culturale]
Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa è la prima e probabilmente unica regia di Eugenio Barba al di fuori dell’Odin Teatret. Lo spettacolo, sublime, è un’elaborazione di tre lavori di Franz Kafka e, attraverso l’interazione dello stesso Barba con Julia Varley e Lorenzo Gleijeses, diventa una pagina magnifica di teatro di ricerca. La prestazione di Lorenzo Gleijeses è mastodontica: lo straordinario attore esegue una performance strabiliante nella quale non si risparmia mai; l’energia fisica e mentale dell’interprete è incondizionata fino all’ultimo istante dello spettacolo e tutta la sua prestazione non può essere definita che stupefacente.


Manuela Bauco [Limina Teatri]
Per chi come me conosce il lavoro di Eugenio Barba assistere a Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa significa spaesamento e stupore; oltre ad essere il primo viaggio registico compiuto da Barba al di fuori dell’Odin Teatret, è anche un lavoro difficilmente riconducibile all’estetica dell’Odin. Ma attenzione, distanza qui è sinonimo di fertilità…. Lo spettacolo ha tre diversi arterie narrative: alcuni elementi biografici di Lorenzo, la metamorfosi di Gregor Samsa e un immaginario danzatore omonimo. Gregorio Samsa danza con ostinazione e ripete la sua partitura prima del debutto. Prova e riprova, parla con le persone che fanno parte della sua vita attraverso un telefono. Gregorio è solo, Gregorio vive dentro una scatola mentale e lavora. Ripete, ripete, ripete, come un automa. Gregorio è dentro uno spazio fisico/gabbia dove la realtà interviene come una menzogna. Non dialoga, monologa, non ascolta, non viene ascoltato. Noi spettatori, sul palco insieme a Gregorio, abbiamo sudato, respirato con lui, ne abbiamo potuto percepire i palpiti, i tormenti, l’agonia prima della fine, liberatoria. Il teatro è soprattutto la storia degli incontri, delle alleanze, delle fascinazioni dei tradimenti, dei rischi che si è pronti a correre e Lorenzo ha scelto di correrli tutti, restituendolo in un lavoro preciso, chirurgico, denso e complesso.


Sofia Chiappini [Sognatori inquieti]                                                                                                                       Oscura e familiare è, per certi versi, la metafora entomologica elaborata da Kafka nel celebre racconto de “La Metamorfosi”, di cui “Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa” non è un semplice tributo o studio. Il Gregorio Samsa di Barba, Varley e Gleijeses si fa coraggiosamente largo tra le molteplici interpretazioni dell’opera kafkiana, grazie ai pochi ma incisivi rimandi autobiografici dello stesso Lorenzo Gleijeses…. Lo spettatore è perfettamente in grado di cogliere ciò che agita il danzatore Gregorio, che vive con trepidazione ogni istante che lo separa dal debutto. La parola lascia il posto a un corpo straordinariamente presente, vivo e consapevole come quello di Lorenzo Gleijeses… La ripetizione rappresenta uno degli strumenti fondamentali di ricerca e approfondimento dell’attore-danzatore Gleijeses, in cui necessità e libertà si implicano vicendevolmente… Si dà qui un nuovo nome a questo termine, che originariamente rimanda alla fondazione dell’antico teatro greco, ma anche, naturalmente, di quello orientale. È proprio ripetizione, infatti, la traduzione più adeguata della parola greca “mimesis”, in quanto strumento di avvicinamento e visione del divino…. Ad essere mostrato anticamente nelle tragedie non è semplicemente ciò che è stato, ovvero la storia passata – e con essa la nostra famiglia e cultura d’origine -, bensì ciò che in futuro potrebbe accadere. “Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa” è uno spettacolo attraversato dal concetto di possibilità, dall’inizio alla fine, in cui persino i sogni più inquieti e terrificanti non sono che un monito a perseguire con tenacia le proprie aspirazioni.


Renzo Francabandera [PAC\\PaneAcquaCulture.it – 7 febbraio 2019]
Il rapporto con le scuole e i grandi formatori è un elemento cruciale di ogni arte che parta in sé dalla creatività artigianale. E le arti sceniche non fanno eccezione. Esistono poi artisti che fanno di questo scambio di conoscenze un momento fondante del proprio percorso. […] Lorenzo Gleijeses è senza dubbio fra questi. Un figlio d’arte emancipatosi negli anni dal codice parentale per cercare, nei suoi progetti, vie autonomie ad una creatività non di rado crossmediale, spesso in partnership con altri esperti di linguaggi diversi. È quello che è successo, per esempio, dalla primavera 2015 in avanti, momento dal quale il progetto 58° Parallelo Nord ha riunito in un cantiere teatrale aperto Eugenio Barba e Julia Varley (attrice icona dell’Odin), Luigi De Angelis e Chiara Lagani (Fanny & Alexander), Michele Di Stefano e Biagio Caravano (MK, altra storica compagnia della scena italiana della ricerca), chiamandoli ad intervenire attivamente in sessioni separate di lavoro su alcuni materiali performativi proposti da Lorenzo Gleijeses e dal musicista Mirto Baliani. […] Gleijeses prende di petto il pretesto per affondare il colpo su un tema che per lui ha evidentemente a questo punto del suo percorso un doppio intreccio: il rapporto con la figura del padre/maestro e il tema dell’emancipazione, della ri-trasformazione dello scarafaggio in uomo, quel tentativo che a Gregor Samsa non riesce nel libro.


Franco Acquaviva [Sipario.it – 3 febbraio 2019]
È un dialogo con la luce e il senso della propria posizione nello spazio l’inizio dello spettacolo di Lorenzo Gleijeses, che svela gradualmente un alfabeto di movimenti preciso come una lama e martellante come un’ossessione. Un succedersi di frasi fisiche che tagliano lo spazio in ogni direzione, a indicare, dubitare, voltarsi, torcersi, fermarsi, riprendersi, calare al suolo, per spostamenti repentini giocati su un continuo alternarsi di ginocchia che toccano terra e s’aprono lateralmente in una specie di camminata dimezzata, da granchio; è una dialettica continua tra posizione eretta e schiacciamento della figura al pavimento, con l’apparire periodico di una postura-impulso che richiama l’inossarsi del corpo umano in un carapace. […] così la reiterazione ininterrotta del frammento coreografico, nel suo farsi oggetto polisemico che assume di volta in volta sfumature diverse a seconda del contesto in cui è calato, diventa una sorta di carapace esistenziale, la corazza nella quale Gregorio forse non può che rinchiudersi per sfuggire alla negazione di senso che sembra circondarlo. E ci sembra, questa, un’efficace metafora dell’artista nella società contemporanea: la forza del suo lavoro forse non può che scaturire dalla limitazione, da una struttura costrittiva che lo racchiuda, lama che incide in profondità il tessuto morto della vita, ribellione al flusso dei disvalori e dei nonsensi, che non si perde nella cortina fumogena, e in fondo imbelle quanto quella dei consensi, dei semplici dissensi, piuttosto cerca e crea un proprio senso. Come l’atto di fede di qualcuno che abbia deciso di leggere la vita attraverso la lente di una rigorosa messa in forma artistica, tanto che la metamorfosi di Samsa appare non tanto una disgrazia, ma un antidoto alla fatuità del mondo, alla pressione di chi cerca di riportare tutto a una medietà quotidiana vista come un tedioso rappel à l’ordre. Con un’estetica scenica del tutto diversa, questo, a prima vista, non sembra uno spettacolo dell’Odin; e non lo è infatti in senso stretto; purtuttavia, allo stesso tempo, è in fondo uno spettacolo dell’Odin, ne preserva lo spirito, e anche, in un certo senso, il modello attoriale, dal momento che esso afferma, per forza di disciplina, rigore e invenzione, un caratteristico discorso sul teatro e sull’attore.


Raffaella Roversi [Santinaria.it – 2 Febbraio 2019]
[…]è una danza a scatti, movimenti dettati dalla sofferenza, dalla ricerca di approvazione, dalla necessità di dimostrare. L’incubo ricorrente è la sua metamorfosi in insetto e la sveglia non sentita il giorno del debutto. Lo spettacolo rende l’atmosfera claustrofobica della stanza e del piccolo mondo del danzatore che gli si stringe sempre più intorno al punto da implodere. La musica subisce un’accelerazione, le luci si frantumano, mentre la sua personalità va verso la destrutturazione. É li che inizia la fuga.
*


Enrico Pastore [Blog enricopastore.com – 22 gennaio 2019]
[…] Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa è frutto del progetto 58mo Parallelo Nord (quello che passa per Holstebro, la casa dell’Odin Teatret). Insieme alla performance Corcovado, lo spettacolo nasce sotto l’egida di diverse supervisioni artistiche. Il materiale viene sottoposto via via all’occhio di un diverso artista che agisce trasformando a sua volta quanto emerso dagli incontri precedenti. Una sorta di catena di trasfigurazioni fino al raggiungimento di una forma non frutto dell’artista creatore quanto di una galassia teatrale alquanto eterogenea. […]Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa si sostanzia come una partitura fisica intensa e complessa che coinvolge tutti i materiali a disposizione.


Emma Pavan [Bologna Teatri – 6 febbraio 2019]
[…]nei monologhi allucinati di Gregorio i frammenti delle parole di Kafka, delle Metamorfosi, della Lettera al padre, si incollano ai suoi gesti, estremizzati dalla coreografia in uno disperato tentativo di liberazione. I suoni e le luci, sempre più martellanti, colpiscono il danzatore come prese di coscienza pronte a ricadere nell’oblio, in un’atmosfera via via più onirica. Finché il confine tra sogno e realtà si scioglie tra gli angoli di un corpo che sa riconoscersi solo in una coreografia perfetta. Il maestro non risponde più. Il fascio luminoso che limita lo spazio in cui danzare non ritorna. Nell’oscurità finale solo una rotonda e calda luce si proietta in lontananza sulla parete. A Gregorio non resta che una corsa verso il buio.